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GLOSSARIO DISFUNSIONALE. Skin Color Correction: un problema ottico, non cromatico

  • Immagine del redattore: carlabelloni
    carlabelloni
  • 14 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Nella comunicazione e nella didattica del make-up la skin color correction viene spesso presentata come una procedura automatica basata sull’uso dei colori complementari del cerchio cromatico di Itten.

Questa semplificazione, apparentemente didattica, nasce da un fraintendimento teorico che coinvolge la fisica della luce, la teoria del colore e il comportamento reale dei cosmetici sulla pelle.

Per comprendere perché molte correzioni falliscono, restituendo un risultato visivamente spento o ingrigito, è necessario partire da questi presupposti tecnici fondamentali:

  • presupporre una coprenza totale dei cosmetici, condizione che non esiste nella pratica reale, dove la luce continua ad attraversare lo strato pigmentato e a riflettersi dalla pelle sottostante;

  • applicare la sintesi sottrattiva dei colori, una teoria valida esclusivamente per la miscelazione dei pigmenti, a un contesto in cui il cosmetico non si miscela con la pelle ma vi si sovrappone;

  • trattare la pelle come se fosse un pigmento, ignorando che si tratta di una materia solida riflettente con una propria componente cromatica attiva;

  • trascurare il principio fisico della luce, confondendo la teoria del colore con il comportamento reale delle onde elettromagnetiche;

  • ignorare la percezione visiva, che non risponde a regole cromatiche astratte ma alla somma delle informazioni luminose riflesse;

  • non considerare la forza percettiva delle diverse lunghezze d’onda, attribuendo effetti di neutralizzazione dove, in realtà, avviene un rafforzamento cromatico;

  • ridurre un fenomeno complesso a una procedura meccanica, trasformando un problema ottico e percettivo in una semplificazione didattica priva di fondamento tecnico.


Coprenza cosmetica e dispersione del pigmento

Fondotinta, correttori e prodotti per il make-up sono formulazioni in cui il pigmento è disperso all’interno di una fase lipidica o emulsiva. Questo significa che il colore non si presenta mai come uno strato opaco e continuo, ma come una distribuzione più o meno densa di particelle cromatiche.

La coprenza dipende da:

  • densità del prodotto,

  • spessore dello strato applicato,

  • quantità e stratificazione dei pigmenti.

Un prodotto più denso crea uno strato più spesso, che limita, ma non nega totalmente, il passaggio della luce alla pelle sottostante.

Un prodotto fluido o cremoso, invece, lascia oltrepassare la luce, che raggiunge la pelle sottostante e viene riflessa nuovamente verso l’osservatore.

Questo punto è cruciale:

Nel make-up non si verifica una miscelazione dei colori, ma una sovrapposizione ottica regolata dalla luce.

La miscelazione cromatica presuppone che i pigmenti condividano lo stesso spazio materico; condizione che non si realizza quando un cosmetico viene applicato sulla pelle.

La pelle non è un pigmento, né entra in miscela con il prodotto: è una superficie solida riflettente che continua a partecipare attivamente alla percezione cromatica.

Di conseguenza, qualsiasi teoria fondata sulla miscelazione dei colori perde validità nel contesto della correzione cromatica cutanea.


La percezione del colore come somma di riflessioni

In presenza di una discromia blu-violacea, l’applicazione diretta di un correttore del colore dell’incarnato produce spesso una percezione spenta o grigiastra.

Questo accade perché le onde elettromagnetiche riflesse:

  • provengono in parte dallo strato cosmetico,

  • e in parte dalla pelle sottostante, che continua a partecipare alla riflessione luminosa.

La percezione finale è quindi una somma ottica, non una neutralizzazione reale del colore.


L’equivoco dei colori complementari

La diffusione dell’idea che “un colore complementare annulla l’altro” deriva da una lettura errata delle teorie di Johannes Itten.

È necessario chiarire un punto spesso omesso:

Itten non si riferiva alla pratica cosmetica sulla pelle e tanto meno alla miscelazione dei colori applicata in modo meccanico.

Quando Itten parla di annullamento tra colori complementari, fa riferimento al principio fisico della luce, non all’applicazione materica dei pigmenti.

  • Nella sintesi additiva (luce), la sovrapposizione di due luci complementari genera luce bianca, ovvero l'annullamento dei colori iniziali. (sistema RGB)

  • Nella sintesi sottrattiva (materia), se si miscelano due colori complementari, come lo stesso Itten descrive, il risultato è un grigio o una desaturazione del colore, non una neutralizzazione pulita. Questo è un dato verificabile nella pratica pittorica e nella chimica dei pigmenti. (sistema RYB)


Il ruolo della percezione: la materia si piega all’ottica

Un ulteriore chiarimento è essenziale: non è la percezione a seguire la materia, ma la materia a piegarsi alla percezione del fenomeno ottico.

La sintesi sottrattiva del colore nasce proprio da questo principio: i pigmenti vengono miscelati non per replicare la fisica della luce, ma per rispondere a come l’occhio umano percepisce la riflessione luminosa.

Per questo motivo da comprendere che:

  • i modelli cromatici materici (RYB di Itten) non coincidono con quelli fisici (RGB),

  • non possono essere applicati in modo diretto a contesti in cui non avviene una vera miscelazione, come sulla pelle.


Perché la pelle rende invalida la teoria del “complementare”

La pelle non è un mezzo neutro:

Il cosmetico non si miscela con la pelle, ma si sovrappone.

Già solo per questo motivo, applicare i dettami cromatici di Itten alla correzione cutanea è privo di fondamento logico.

La correzione efficace delle discromie si basa su un altro principio, già chiarito nell’analisi del colore della pelle: la gamma cromatica dell’arancione è il colore strutturale predominante degli incarnati umani, con variazioni che vanno, dal pesca all’arancio fino al marrone scuro, in base alla profondità e alla cromia predominante dell’incarnato.

Quando si applica un correttore della gamma cromatica dell'arancione:

  • si rafforza la componente cromatica già presente nella pelle,

  • si modificano le onde elettromagnetiche riflesse,

  • si dà predominanza alle componenti calde, riducendo la percezione di quelle fredde.

In questo modo, la luce riflessa non restituisce più la discromia, né produce effetti di desaturazione percettiva negli strati successivi.

La neutralizzazione avviene quindi per addizione controllata delle informazioni luminose, non per annullamento cromatico.


Considerazioni Personali

La color correction non è un esercizio di teoria dei colori astratta.

È un problema di:

  • ottica,

  • percezione visiva,

  • stratificazione materica.

Il fraintendimento risiede nell’aver applicato una teoria del colore concepita per pittori e per la miscelazione dei pigmenti, ovvero la sintesi sottrattiva di Itten, a un contesto in cui si presume erroneamente che il cosmetico si miscela con la pelle, come se entrambe appartenessero allo stesso piano materico.

Correggere una discromia significa governare il comportamento della luce tra pelle e cosmetico, non applicare schemi cromatici decontestualizzati.

Per questo motivo la gamma cromatica dell'arancione funziona: non perché “complementare”, ma perché coerente con la natura ottica e cromatica della pelle umana.

In questo stesso fraintendimento rientra l’uso indiscriminato di colori come verde, viola, rosa o giallo, presentati in chiave divulgativa come strumenti di correzione cromatica.

Un’impostazione che risulta concettualmente infondata, perché presuppone un annullamento del colore laddove, in realtà, avviene una somma delle informazioni luminose.

In assenza di una reale comprensione del principio fisico dell’ottica e della luce, questi colori non neutralizzano la discromia, ma contribuiscono a rafforzare percettivamente la propria componente cromatica, poiché le onde elettromagnetiche si addizionano.

Va però precisato che tali cromie, presenti in palette specifiche, non sono di per sé errate, ma richiedono un utilizzo consapevole. Possono essere impiegate per rafforzare una base cromatica già esistente e aumentarne la forza percettiva, come avviene, ad esempio, con il rosa o il giallo, oppure possono essere miscelate direttamente al cosmetico prima dell’applicazione per ottenere una cromia desiderata. Tuttavia, queste operazioni sono tecnicamente corrette solo a fronte di una conoscenza approfondita di come l’aggiunta di una determinata cromia modifichi la percezione finale del colore, in relazione alla luce, alla pelle e alla stratificazione del prodotto.

È fondamentale considerare anche la differenziazione della percezione visiva delle diverse lunghezze d’onda della luce. Il nostro sistema visivo attribuisce maggiore forza e predominanza percettiva alle onde elettromagnetiche corte e medie, e questo influenza profondamente come percepiamo i colori sulla pelle.

La semplice applicazione di un colore non genera neutralizzazione automatica.

Se l’obiettivo è ridurre la percezione di toni non graditi sull'incarnato occorre prestare attenzione a non creare effetti di compensazione cromatica non controllata, perché il risultato può tradursi in un ingrigimento percepito della pelle.

Quanto esposto finora rappresenta soltanto una parte della conoscenza necessaria: comprendere il comportamento della luce, la stratificazione dei pigmenti, la coprenza dei prodotti e la risposta percettiva dell’occhio è indispensabile per scegliere correttamente i colori e ottenere il risultato desiderato senza effetti indesiderati.

La pratica professionale richiede quindi non regole standardizzate, ma un approccio consapevole basato sulla comprensione dei principi fisici, ottici e percettivi che regolano la relazione tra pelle e cosmetico.

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