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Il colore della pelle: luce e percezione visiva

  • Immagine del redattore: carlabelloni
    carlabelloni
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 9 min

Aggiornamento: 2 giorni fa


Comprendere il colore della pelle non è un esercizio descrittivo, ma un atto di conoscenza.

Per un truccatore professionista, il colore dell’incarnato non può essere ridotto a una categoria commerciale (“chiaro”, “medio”, “scuro”) né a una semplice corrispondenza cromatica su una palette. Conoscere la riflettenza dei colori della pelle consente non solo un’armonizzazione corretta, ma anche una caratterizzazione consapevole dell’incarnato.

Il colore percepito della pelle è risultato di un sistema ottico complesso che coinvolge luce, materia biologica e percezione visiva.

Ogni intervento di make-up avviene all’interno di un sistema di osservazione: l’occhio umano, una fotocamera, uno schermo. Tutti questi dispositivi, biologici o tecnologici, non “vedono” il colore in modo assoluto, ma lo interpretano attraverso meccanismi di assorbimento, riflessione e ricostruzione percettiva.

Ignorare tutto questo significa affidarsi all’intuizione o all’abitudine; conoscerlo permette invece di scegliere consapevolmente densità, pigmenti e tonalità per ottenere l’effetto desiderato, sul volto reale e nell’immagine finale.

La scelta di un fondotinta, di un correttore o di un prodotto cromatico non riguarda solo la tonalità apparente, ma il modo in cui quel prodotto interagirà con i pigmenti cutanei, con la luce e con il sistema visivo dell’osservatore, è qui che il make-up smette di essere applicazione meccanica e diventa progettazione visiva.

A dirla tutta, basta parlare a caso nella color correction: chi ignora i principi e la percezione ottica della pelle e del cosmetico finisce per parlare a vanvera.

Questa competenza non sostituisce la colorimetria, né la teoria del colore: la integra.

In questo articolo l’attenzione non sarà posta sulla correzione cromatica o sulla scelta dei cosmetici, ma su ciò che viene prima: i fattori biologici, ottici e percettivi che determinano la percezione visiva del colore della pelle. Una base teorica necessaria per chi lavora sul volto, sull’immagine e sulla rappresentazione o per chi considera il make-up una disciplina che richiede conoscenza, non solo esperienza.


La percezione visiva del colore della pelle è un meccanismo straordinariamente complesso.

Il colore apparente della pelle è la somma visibile di più componenti:

  • Melanina (eumelanina + feomelanina): fattore principale che determina la profondità della pigmentazione.

  • Emoglobina / ossigenazione del sangue: dà toni rosati a seconda della perfusione.

  • Carotenoidi: contributo giallo-dorato legato dieta e depositi lipidici.

  • Struttura del derma e collagene: influenza la diffusione della luce e l’aspetto «latteo» o traslucido.

  • Variabili non pigmentarie: età, infiammazione, esposizione solare, stato ormonale, uso di farmaci, patologie cutanee.

Queste componenti si combinano e cambiano localmente (guancia vs. collo), temporalmente (stagioni, abbronzatura) e individualmente (genetica).


Non è un “colore oggettivo” depositato nella materia, ma il risultato di una catena di eventi:  la luce colpisce la superficie cutanea, viene assorbita, diffusa e riflessa in parte verso l’esterno e infine interpretata dal nostro sistema visivo.

In questo processo, troviamo pigmenti biologici che assorbono o riflettono selettivamente la luce, fenomeni di diffusione ottica negli strati della pelle e, infine, l’attivazione dei coni retinici, cellule sensibili al blu, al verde e al rosso, che trasformano l’informazione luminosa in percezione visiva.

Ciò che chiamiamo “carnagione chiara”, “olivastra” o “scura” non è quindi un colore in sé, ma una costruzione percettiva, stratificata e dinamica, che varia in base alle condizioni di luce, alle caratteristiche biologiche individuali e al funzionamento del nostro sistema visivo.


Tre livelli sono coinvolti:

  1. Pigmenti biologici (melanina, carotenoidi, emoglobina) che selezionano quali porzioni di luce assorbire e quali riflettere.

  2. Ottica cutanea, cioè fenomeni di diffusione e dispersione della luce negli strati della pelle.

  3. Elaborazione retinica e cerebrale, dove i coni S (blu), M (verde) e L (rosso) trasformano la riflettenza in una sensazione di colore.


Quanto segue è una sintesi semplificata di un processo molto articolato: l’obiettivo è mostrare come la percezione dell’incarnato non sia mai lineare, ma il risultato di interazioni stratificate tra luce, materia e cervello.

L’occhio umano è tricromatico: i coni S sono sensibili al blu, i coni M al verde e i coni L al rosso. Ogni colore percepito nasce da una combinazione di stimoli a questi tre canali, che il cervello ricompone in una sensazione visiva coerente.


Chiarezza e scurezza della pelle: il principio ottico di base


  • Tanto più una pelle appare chiara, tanto più le componenti della luce (rosso, verde e blu) vengono riflesse quasi nella loro purezza, con assorbimento minimo.

  • Tanto più una pelle appare scura, tanto più le onde elettromagnetiche vengono assorbite in gran parte dai pigmenti, e la quantità di luce riflessa verso l’osservatore è ridotta.


La luminosità della carnagione (ovvero pelle chiara) dipende dunque non solo da quali colori vengono riflessi, ma dalla quantità di luce incidente riesce a uscire dalla pelle.


I pigmenti cutanei e le riflettenze principali


Melanina
  • Eumelanina: assorbe gran parte del blu e verde, con media-bassa riflettenza del rosso.

    • Percezione finale: carnagioni marroni o nere.

    L’eumelanina aggiunta con il sole scurisce la pelle e può rendere meno evidente la componente gialla.

  • Feomelanina: riflette combinazioni di rosso e verde con poco blu.

    • Percezione finale: carnagioni giallo-aranciate.

    La feomelanina costituisce il “tono di base” caldo della pelle, sempre presente, indipendentemente dall’esposizione al sole.


In breve: la feomelanina è il pigmento di base, stabile e sempre presente, mentre l’eumelanina è quella che varia di più in risposta al sole.


Carotenoidi
  • Riflettono rosso + verde, assorbendo gran parte del blu.

    • Percezione finale: sottotono giallo o dorato.


Emoglobina
  • Ossigenata: riflette soprattutto rosso con una parte di blu e assorbe gran parte del verde.

    • Percezione finale: carnagioni rosate.

  • Deossigenata: riflette blu con poco rosso, verde assorbito.

    • Percezione finale: tono violaceo-bluastro.


Regole percettive dell’incarnato


  • Aranciato: predominanza di riflettenza rossa sul verde, blu assente.

  • Giallo: rosso e verde in equilibrio, blu assente.

  • Olivastro: predominanza di verde sul rosso, blu assente.

  • Rosato: predominanza del rosso sul blu, verde assorbito in parte.

  • Scuro: forte assorbimento di tutte le componenti, con prevalenza residua del rosso.


Differenze etniche e fototipiche


Carnagioni chiare (fototipo I-II, caucasici nordici)
  • Poca eumelanina, feomelanina evidente, capillari visibili.

  • Riflettenza elevata di rosso, verde e blu.

    Percezione finale: tono rosato (rosso > blu, verde ridotto) oppure giallo chiaro (rosso + verde in equilibrio).


Carnagioni mediterranee (fototipo III-IV, caucasici centro-meridionali)
  • Maggiore eumelanina e carotenoidi.

  • Riflettenza minore rispetto ai fototipi chiari, blu assorbito.

    Percezione finale: tono olivastro (verde > rosso, blu assente).


Carnagioni asiatiche orientali (fototipo III-IV)
  • Eumelanina moderata, carotenoidi accentuati.

  • Buon equilibrio tra rosso e verde, blu assente.

    Percezione finale: giallo-olivastro (rosso ≈ verde o leggera prevalenza verde).


Carnagioni scure (fototipo V-VI, africani e afro-discendenti)
  • Molta eumelanina che assorbe quasi tutta la luce, soprattutto blu e verde.

  • Riflettenza minima, con residuo rosso profondo.

    Percezione finale: marrone-nero.


In Breve

La pelle è chiara quando riflette gran parte dello spettro visibile (rosso, verde e blu quasi intatti).

La pelle è scura quando assorbe la maggior parte della luce, riflettendone solo una minima frazione.

  1. Rosato → rosso > blu, verde ridotto.

  2. Aranciato → rosso > verde, blu assente.

  3. Giallo → rosso ≈ verde, blu assente.

  4. Olivastro → verde > rosso, blu assente.

  5. Marrone/Nero → forte assorbimento, residuo rosso.


L’incarnato non è mai un colore unico, ma una costruzione ottica e percettiva, in cui pigmenti e riflettenza luminosa si intrecciano con la fisiologia dell’occhio umano.


Oltre ai fattori biologici e ottici descritti, la percezione del colore della pelle è influenzata da alcuni fenomeni percettivi fondamentali, che determinano come l’incarnato viene realmente visto e interpretato.

Se la pelle non possiede un colore assoluto, allora nemmeno la sua percezione può esserlo. Ciò che vediamo non è mai il semplice risultato dei pigmenti presenti nei tessuti, ma il frutto di un dialogo continuo tra luce, contesto e sistema visivo.

Il nostro cervello non registra il colore in modo neutro: lo interpreta, lo corregge, lo stabilizza, è un meccanismo di sopravvivenza e di coerenza percettiva, noto come costanza cromatica. Grazie a questo processo, un incarnato ci appare riconoscibile sotto una luce calda, fredda o neutra, anche se lo spettro luminoso che lo colpisce è profondamente diverso. La pelle “resta pelle” ai nostri occhi, perché il sistema visivo tende a compensare le variazioni ambientali per mantenere una lettura plausibile del volto umano.

Questa correzione, però, non è infallibile. Quando le condizioni di luce diventano estreme, artificiali o disomogenee, la percezione dell’incarnato cambia: un tono olivastro può apparire grigiastro, una pelle rosata eccessivamente accesa, una carnagione calda improvvisamente spenta. Non è la pelle a essere mutata, ma il modo in cui viene letta dal sistema visivo.

A questo si aggiunge un altro elemento fondamentale: la pelle non viene mai percepita isolatamente. Il colore dell’incarnato è sempre valutato in relazione a ciò che lo circonda. Capelli, occhi, abbigliamento, sfondo, luce ambientale e persino i colori applicati con il make-up contribuiscono a modificarne la lettura. La percezione del colore della pelle è dunque relazionale, non autonoma.

Esiste poi un fenomeno meno intuitivo, ma cruciale per chi lavora con il colore: il metamerismo. Due incarnati o due prodotti cosmetici possono apparire identici sotto una determinata luce e profondamente diversi sotto un’altra. Questo accade perché materiali e pigmenti riflettono lo spettro luminoso in modo selettivo. Questo spiega il motivo per cui un fondotinta sembra perfettamente armonizzato allo specchio e improvvisamente “sbagliato” in fotografia o sotto luci professionali. Non si tratta di un errore di scelta, ma di una diversa risposta ottica alla luce. Per questo motivo, la scelta di un cosmetico professionale permette al truccatore di lavorare senza sorprese in ambienti audiovisivi, perché questi prodotti rispondono in modo fedele alla luce e ai colori. Va inoltre sottolineato che pochi cosmetici offrono una coprenza sufficiente a controllare la riflessione del colore naturale della pelle, garantendo così un incarnato uniforme e stabile in ripresa.

Il discorso si complica ulteriormente quando il sistema di osservazione non è più l’occhio umano, ma una fotocamera. L’occhio possiede un adattamento continuo, dinamico, interpretativo. Il sensore fotografico, invece, registra informazioni luminose secondo parametri fissi, traduce lo spettro in valori RGB e delega la compensazione al bilanciamento del bianco. Ciò che appare equilibrato dal vivo può risultare profondamente diverso e sbagliato nell’immagine.

Questa è una differenza strutturale tra percezione biologica e registrazione tecnica.

Infine, va ricordato che il volto stesso non è cromaticamente uniforme. Guance, contorno occhi, area periorale, naso e collo presentano micro-variazioni costanti di colore, dovute a vascolarizzazione, spessore cutaneo e distribuzione dei pigmenti.

Il colore dell’incarnato è sempre una media percettiva, mai un valore unico e stabile.

Tutto questo rende evidente un punto centrale: la pelle non ha un colore, ma una condizione percettiva.

Il suo aspetto cromatico emerge dall’interazione tra pigmenti biologici, ottica cutanea, luce ambientale, sistema visivo umano e strumenti di osservazione. Comprendere questi livelli non significa complicare il lavoro del truccatore, ma renderlo più consapevole, perché solo conoscendo come il colore viene percepito è possibile guidarne davvero il risultato.


Tanto per precisare

Il motivo per cui i fondali per chroma key (green screen) sono verdi (o talvolta blu) non ha nulla a che fare con il colore naturale della pelle, ma con considerazioni pratiche e ottiche.

Le elenco punto per punto:

1. Separazione tra pelle e sfondo

  • La pelle umana riflette pochissimo verde puro rispetto a rosso e blu.

  • In termini di RGB biologico, i toni di pelle hanno molto rosso, un po’ di verde e poco blu.

  • Scegliendo un verde brillante come sfondo, si crea un forte contrasto con qualsiasi incarnato, rendendo più facile isolare la figura senza “spillover” (ovvero senza che parti del volto vengano cancellate insieme allo sfondo).

2. Sensibilità dei sensori digitali

  • I sensori delle fotocamere digitali sono più sensibili al verde (perché il filtro Bayer ha più pixel verdi), quindi il green screen produce un segnale più pulito e meno rumoroso.

  • Usare un verde molto saturato permette di avere una maschera più netta nella post-produzione.

3. Minori problemi di ombre e riflessi

  • Il verde è più luminoso e meno soggetto a creare interferenze di riflessione sul corpo rispetto al blu, soprattutto in scene con illuminazione intensa.

  • Anche se la pelle riflette un po’ di verde, la tonalità scelta per il green screen è abbastanza distante da quella dei toni naturali, quindi non si “confonde” con l’incarnato.

4. Alternative: il blu

  • Il blu si usa ancora in certi casi, ad esempio con soggetti con vestiti verdi o ambientazioni naturali, per evitare che il green screen interferisca con gli oggetti.

  • Il principio rimane lo stesso: scegliere un colore che non sia presente nei toni principali del soggetto.

In sintesi: Il verde viene scelto non perché la pelle non lo riflette, ma perché il verde brillante crea un contrasto netto con tutti i toni di pelle, facilitando la separazione ottica tra soggetto e sfondo durante il chroma keying. Quando sento ancora che il green screen viene utilizzato perché il verde è assente nel colore della pelle, capisco che alcune semplificazioni sono dure a morire, soprattutto quando nessuno si prende il tempo di studiare davvero.


Ogni volta che scrivo un articolo, mi rendo conto che per trattare un argomento in modo davvero esplicativo, in tutte le sue sfaccettature, si finirebbe per scrivere un libro.

Il bagaglio conoscitivo di un truccatore è talmente articolato e complesso da comprendere non solo la padronanza dei cosmetici, ma anche la biologia della pelle, i fenomeni ottici, la percezione visiva e il comportamento della luce. Soltanto attraverso una formazione completa, con un monte ore adeguato e un percorso accademico strutturato, è possibile acquisire tutte queste competenze e padroneggiarle per lavorare in modo consapevole e professionale.

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