Richard Corson e la gerarchia della competenza nel make-up
- carlabelloni

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Richard Corson (scomparso nel 1999) è stato autore di numerosi libri dedicati al trucco, alla moda e all’ornamento personale ed è riconosciuto come una delle figure più autorevoli nella storia della formazione e della divulgazione del make-up scenico.
Le sue opere scritte includono testi tecnici e storici ampiamente riconosciuti e utilizzati come riferimento sia da professionisti del trucco e della moda sia da studiosi della cultura estetica.
Stage Makeup – considerato un manuale di riferimento per il trucco teatrale e scenico, ampiamente aggiornato nel corso degli anni con numerose edizioni (ad esempio 10ª, 11ª e 12ª edizione pubblicate tra il 2000 e il 2026). È noto come “bibbia del trucco di scena” per la completezza dei contenuti tecnici e le illustrazioni. Il volume, dunque, è stato pubblicato in molte edizioni e rimane uno dei testi più utilizzati per l’insegnamento delle tecniche di trucco scenico e performativo.
Fashions in Makeup: From Ancient to Modern Times – pubblicato originariamente nel 1972, questo volume esplora la storia del trucco dalla Antichità fino al XX secolo, descrivendo le pratiche cosmetiche nel contesto sociale e culturale.
Fashions in Hair: The First Five Thousand Years – edizione documentata almeno nel 2001, è una storia delle acconciature dall’antichità ai tempi moderni, considerata una risorsa di riferimento nel campo della moda e del costume.
Fashions in Eyeglasses: From the Fourteenth Century to the Present Day – pubblicato originariamente nel 1967 con successivi riedizioni illustrati, questo libro racconta l’evoluzione degli occhiali come oggetto di moda e design nel corso dei secoli.
Documenti storici relativi alla sua carriera riportano che, oltre ai corsi in college, Corson ebbe impegni come docente ospite o relatore in università americane, tenendo seminari, workshop e programmi specializzati di trucco presso istituzioni tra cui:
Southern Methodist University
University of Southern California at Long Beach
University of Minnesota
Queste specifiche sono tratte da enciclopedie professionali e edizioni editoriali che descrivono la sua carriera di insegnante itinerante e docente presso istituzioni accademiche di teatro e arti sceniche.
Corson organizzò anche lecture, presentazioni dimostrative itineranti come “An Actor Makes Up”, un programma di dimostrazioni dal vivo che fu portato in tour negli Stati Uniti per diversi anni.
Negli anni ’50, Corson diresse un programma formativo a New York per preparare tecnici specializzati nel trucco teatrale e cinematografico. I diplomati di questo programma lavorarono poi in ambiti professionali come televisione, balletto e opera.
Fonti di cataloghi editoriali riportano che Richard Corson insegnò corsi di trucco teatrale in diversi college negli Stati Uniti. Questo indica un coinvolgimento in attività didattica in scuole post‑secondarie, anche se non specifica incarichi accademici stabili presso università con ruoli di professore permanente.
Ha tenuto corsi di trucco in diverse produzioni teatrali e cinematografiche degli Stati Uniti e nel 1972 ha ricevuto il Founders Award dell’International Thespian Society, in riconoscimento del suo contributo al teatro e ai giovani. Questo dato è documentato negli archivi e nelle comunicazioni ufficiali dell’ITS.
Il suo nome è, a tutt’oggi, tra i più noti e citati nel settore accademico e teatrale.
La figura di Corson consente di chiarire un aspetto strutturale del make-up professionale spesso semplificato o frainteso: le competenze non operano tutte sullo stesso livello.
Corson non è ricordato come truccatore operativo in senso tradizionale, ma come studioso, docente, teorico e consulente del trucco scenico.
La sua posizione non è marginale rispetto alla pratica: è a monte.
Opera sul piano della progettazione, della definizione dei criteri visivi, tecnici e percettivi che rendono un make-up adeguato a un contesto preciso.
Questa collocazione emerge chiaramente dalle sue opere, in particolare Stage Make-up, manuale adottato per decenni anche in ambito universitario, dove il make-up viene affrontato come un sistema progettuale complesso, regolato da variabili oggettive: luce, colore, anatomia, distanza di visione, materiali, durata della performance, contesto storico e funzione narrativa. (fonte: Routledge, Stage Makeup, varie edizioni)
In questo senso, Corson incarna una figura assimilabile a quella del designer: non colui che esegue materialmente il lavoro, ma colui che definisce cosa deve essere realizzato, perché e secondo quali criteri tecnici e percettivi.
Così come l’architetto non posa i mattoni e il direttore della fotografia non si limita a gestire le luci, il progettista del make-up stabilisce l’impianto visivo entro cui il truccatore interviene.
Il make-up, per Corson, non è un gesto isolato ma una costruzione intenzionale.
La caratterizzazione di un personaggio non dipende soltanto dallo stile, ma dalla gestione dei volumi attraverso luci e ombre, dalla risposta ottica dei pigmenti sotto l’illuminazione scenica, dalla coerenza storica, culturale e simbolica del volto nello spazio narrativo.
All’interno di questa visione, anche la scelta del cosmetico assume un valore progettuale.
In Stage Make-up Corson analizza le proprietà dei prodotti in funzione del loro utilizzo: coprenza, riflettenza, comportamento sotto il calore, compatibilità cutanea, stabilità nel tempo. (fonte: Routledge, Stage Makeup, capitoli sui materiali e sulle applicazioni tecniche)
Non esiste quindi un prodotto “migliore” in senso assoluto, ma il prodotto più adatto a quello specifico progetto visivo.
Questa valutazione non può essere affidata all’abitudine o alla tendenza del momento: richiede competenze ottiche, tecniche e storiche che precedono l’applicazione.
Il percorso di Corson dimostra in modo concreto che la conoscenza strutturata può occupare una posizione gerarchicamente superiore rispetto all’esperienza operativa.
La sua autorevolezza non deriva dal numero di volti truccati, ma dall’aver:
insegnato in contesti universitari;
formato generazioni di professionisti;
costruito un corpus teorico ancora oggi adottato;
definito criteri oggettivi per comprendere e progettare il make-up.
Il fatto che Stage Make-up continui a essere ristampato e aggiornato da un editore accademico internazionale come Routledge conferma la solidità del suo impianto teorico e il valore formativo della sua visione.
Considerazioni personali
La figura incarnata da Richard Corson consente di chiarire un nodo spesso rimosso sul make-up professionale: non tutte le competenze operano sullo stesso livello gerarchico.
Corson non si colloca sul piano del truccatore inteso come esecutore materiale dell’applicazione cosmetica.
Il suo ruolo è strutturalmente diverso e sovraordinato: è quello del progettista del make-up, una figura che opera a monte, sul piano concettuale, ottico, storico e tecnico-funzionale.
Questa distinzione non è ideologica, ma strutturale, ed è la stessa che esiste in altri ambiti progettuali.
Corson non è il truccatore che “fa”, ma colui che stabilisce cosa va fatto, perché, con quali materiali e secondo quali leggi percettive.
Dalle opere di Corson emerge con chiarezza che il make-up viene trattato come un sistema complesso, governato da variabili precise e misurabili:
interazione tra luce scenica e pigmento;
risposta ottica delle superfici cutanee;
distanza di visione e deformazione percettiva;
funzione narrativa del volto nello spazio scenico;
coerenza storica, simbolica e culturale del personaggio.
In questo quadro, il compito del progettista del make-up non è “truccare”, ma:
definire la strategia visiva del volto;
stabilire quali volumi devono emergere o scomparire in relazione alla luce;
determinare quali colori e materiali siano funzionali allo scopo;
valutare quali cosmetici siano tecnicamente idonei (coprenza, riflettanza, stabilità, compatibilità con il contesto scenico).
Il truccatore esecutivo interviene dopo, traducendo questa progettazione in gesto tecnico.
Un aspetto centrale del pensiero di Corson, spesso ignorato nella divulgazione contemporanea, è che la scelta del cosmetico non è neutra né arbitraria.
In Stage Makeup, Corson dedica ampio spazio:
alle proprietà fisiche dei prodotti;
alla loro risposta alla luce;
alla compatibilità con sudore, calore, durata della performance;
ai limiti e alle potenzialità dei materiali disponibili.
Questo significa che la scelta del cosmetico più adatto a un personaggio non compete al marketing né all’abitudine personale, ma a una figura con competenze:
ottiche;
chimico-funzionali (almeno a livello applicativo);
storiche;
scenografiche.
In questo senso, Corson agisce esattamente come un designer di sistema: non sceglie “il prodotto migliore”, ma il prodotto più idoneo a quello specifico progetto visivo.
Il caso Corson dimostra, in modo documentabile, che l’esperienza operativa non è il vertice della competenza, ma uno dei suoi livelli.
La sua autorevolezza non deriva dall’aver “truccato più volti”, bensì dall’aver:
insegnato in contesti accademici strutturati;
formato generazioni di professionisti;
costruito un corpus teorico ancora oggi adottato;
definito criteri oggettivi di valutazione del makeup.
Richard Corson occupa un livello che sta sopra il fare.
Proprio questa distinzione che separa l’esecuzione dalla competenza reale.
Richard Corson occupa dunque una posizione che sta sopra l’esecuzione, perché governa il perché, il come e il con cosa.
La sua figura chiarisce che nel make-up professionale l’applicazione è una fase tecnica, mentre la progettazione è un atto culturale, percettivo e scientifico.
Ed è proprio questa distinzione che separa il fare dal comprendere.
Oggi capita spesso di ascoltare elenchi di esperienze e di nomi esibiti come se fossero, di per sé, una certificazione di prestigio professionale. Non sempre è così: esistono professionisti che operano realmente all’interno di circuiti audiovisivi strutturati e riconoscibili, ma accanto a questi proliferano narrazioni che confondono piani diversi, scambiando la presenza per competenza e le lucciole per lanterne.
Il vero discrimine non risiede nell’accumulo di contesti frequentati, ma nella capacità di comprenderli, di saper spiegare perché quelle esperienze sono avvenute, in quali ambiti e secondo quali criteri tecnici e progettuali.
Di fronte a questo scarto, la tentazione sarebbe quella di porre domande tecniche, di interrogare i fondamenti reali delle competenze dichiarate. Ma in un panorama sempre più orientato alla visibilità, il confronto critico viene spesso sostituito dall’esposizione.
Per questo la divulgazione consapevole diventa uno strumento necessario: non per affermare un primato personale, ma per ricollocare il prestigio nel luogo in cui nasce realmente, cioè nella conoscenza, nella capacità di analisi e nella comprensione profonda del fare professionale.


