GLOSSARIO DISFUNZIONALE "Saturare": il lessico che tradisce la mancanza di conoscenza.
- carlabelloni

- 3 nov 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 4 nov 2025

Nel linguaggio del make-up assisto sempre più spesso a un uso approssimativo dei termini tecnici.
Parole prese in prestito da discipline come la colorimetria, l’ottica o la fotografia vengono ripetute meccanicamente, svuotate del loro significato originario e riempite di senso soggettivo.
È un fenomeno diffuso, che rivela un problema più profondo: la superficialità formativa con cui molti truccatori affrontano il linguaggio della propria professione.
Uno dei tanti termini abusati e travisati è “saturo”, insieme alla sua declinazione operativa “saturare”, usati a sproposito come sinonimi di “intenso”, “coprente” o “pieno”.
Parole nate per descrivere fenomeni misurabili vengono piegate a un linguaggio soggettivo, emotivo, talvolta puramente estetico.
È una tendenza rivelatrice: racconta la distanza crescente tra il sapere tecnico e la retorica del mestiere.
Un truccatore preparato, e ancor di più un docente, dovrebbe essere in grado di utilizzare le parole giuste.
Nel make-up professionale le parole non sono decorazioni linguistiche, ma strumenti di comunicazione tecnica.
Un futuro truccatore che opererà in ambito audiovisivo dovrà dialogare con registi, direttori della fotografia, colorist, costumisti: persone che parlano il linguaggio dell’immagine con rigore e precisione. In questo contesto, usare un termine in modo improprio significa rompere il codice comune e rischiare di compromettere la chiarezza operativa.
Chi si forma per operare in ambito audiovisivo deve comprendere che la terminologia è una parte concreta del mestiere, ancor più dei trend, del pennello o il prodotto.
Non conoscere il significato dei termini che si usano equivale a non conoscere il linguaggio dell’immagine.
Per semplificare ciò che si intende per saturazione, in questo articolo mi baserò su quanto la teoria del colore, nella sua versione più divulgata, quella semplificata dalla cosiddetta teoria sottrattiva, ha diffuso nel tempo.
È importante precisarlo, perché dietro la parola saturazione si cela un sistema complesso di relazioni tra luce, materia e percezione, che non può essere ridotto a una sola dimensione tecnica.
In questa accezione, la saturazione indica il grado di purezza cromatica, ovvero quanto un colore è libero da bianco, nero o grigio. È un parametro oggettivo, osservabile, misurabile. Non ha nulla a che vedere con la quantità di prodotto, con la sua coprenza o con l’effetto visivo ottenuto sulla pelle. Eppure, nel linguaggio quotidiano del make-up si sente dire “saturiamo il colore”, come se “saturare” significasse intensificare, stratificare o rendere più pieno un pigmento.
È un errore concettuale che denota mancanza di conoscenza tecnica.
Saturare non è un’azione, ma una condizione del colore.
Il problema non è soltanto linguistico, ma formativo e culturale.
L’uso improprio dei termini tecnici crea ambiguità nei percorsi didattici e confusione nella trasmissione delle competenze.
Se un docente usa “saturare” per intendere “rendere più intenso”, non solo comunica in modo scorretto, ma legittima una cultura dell’approssimazione che si propaga di generazione in generazione.
Il linguaggio professionale, invece, dovrebbe allenare alla precisione.
Saper distinguere tra intensità, valore e saturazione significa comprendere le logiche della luce e del colore, ciò che differenzia un truccatore consapevole da uno che si limita a riprodurre effetti.
Nel make-up, come in ogni disciplina visiva, il lessico è parte della competenza.
Usare un termine a caso non è un dettaglio stilistico: è un errore che si riflette nel modo di pensare e di agire.
Chi conosce la teoria del colore sa che l’intensità percepita non coincide con la saturazione.
Confondere i due piani significa non padroneggiare né il linguaggio né la materia.
“Saturo” è quindi un termine che misura la preparazione di chi lo pronuncia.
Non ammette interpretazioni né attenuanti creative.
Chi lo utilizza impropriamente rivela di non conoscere la base su cui costruisce il proprio lavoro: il colore stesso.
Per questo la precisione non è un atto pedante, ma un segno di rispetto professionale per chi impara a nominarli.
Questo slittamento linguistico è tutt’altro che innocuo.
Trasforma un concetto tecnico in un gesto generico, annullando la distinzione tra sapere e fare.
Se a commettere l’errore è un docente, il danno è doppio: linguistico e formativo.
Il linguaggio, infatti, non è mai neutro, forma il pensiero, orienta la comprensione, modella il modo di osservare e interpretare la realtà visiva.
Quando un insegnante utilizza “saturo” per indicare la forza visiva del pigmento, genera confusione cognitiva.
Pensiamo alla scena didattica: un docente dice “satura di più questo colore”.
L’allievo, che ha sentito la stessa parola durante la lezione teorica sul colore, non può comprendere se deve aggiungere prodotto o correggere il tono!
Quale concetto rimarrà nella sua mente?
Probabilmente nessuno, se non una vaga associazione tra “saturazione” e “più colore”.
Questa è la vera disfunzione: una formazione che confonde invece di chiarire, che trasmette gesti senza concetti e parole svuotate di senso.
Un allievo esposto a un linguaggio incoerente non impara a pensare per distinzioni, ma per imitazione; non sviluppa competenza, ma dipendenza.
Un linguaggio impreciso, ripetuto nel tempo, diventa norma, fino a sostituire la conoscenza con l’abitudine.
La precisione terminologica non è un dettaglio accademico: è un principio etico della didattica.
Perché chi insegna trucco non insegna solo tecnica, ma un modo di pensare il colore e di leggere l’immagine e se le parole sono confuse, anche lo sguardo lo sarà.
Un docente che parla con rigore forma menti libere; uno che parla a caso forma mani vuote.
Perché nel make-up, come in ogni linguaggio visivo, le parole costruiscono la competenza prima ancora delle mani.
Questa imprecisione linguistica sembra appartenere quasi esclusivamente al mondo del make-up.
In nessun altro ambito professionale legato all’immagine, pensiamo alla fotografia o al videomaking, sarebbe tollerabile un uso approssimativo dei termini tecnici.
Se un docente di fotografia confondesse la saturazione con la luminosità o l’esposizione, comprometterebbe la formazione stessa dei suoi allievi.
Nel make-up, invece, tutto sembra ammesso. È come se il linguaggio potesse essere trattato con leggerezza, come se l’errore terminologico non intaccasse la competenza.
Mi chiedo spesso perché.
Forse perché adeguarsi alla superficialità dominante richiede meno fatica che preservare la precisione e lo studio.
Quando la maggior parte dei professionisti si muove in un flusso di mediocrità, confondersi tra la massa risulta più comodo che distinguersi con rigore.
La lingua, in questo contesto, diventa un campo di resa: il marketing ha fagocitato anche il linguaggio tecnico, trasformando la terminologia professionale in slogan e i truccatori in ripetitori di formule vuote.
Così, più il lessico e lo studio si impoveriscono, più la figura del truccatore perde la sua autorevolezza, fino a ridursi a un esecutore di tendenze, privo di coscienza critica e formativa.


