DOCERE. Insegnare attraverso l’errore: la correzione come atto didattico
- carlabelloni

- 12 giu 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 22 ago 2025

La correzione è uno degli atti più delicati del processo didattico.
Non si limita a segnalare un errore, ma incide direttamente sulla percezione che l’allievo ha di sé, del proprio lavoro e del percorso che sta compiendo. Per questo, ogni docente dovrebbe interrogarsi sul come correggere, prima ancora del cosa.
Nell’ambito delle esercitazioni pratiche, soprattutto in discipline artigianali o tecnico-applicative come il make-up, il docente è chiamato a gestire un equilibrio complesso: essere guida autorevole, senza risultare intimidatorio; fornire strumenti di miglioramento, senza scoraggiare; intervenire con precisione, senza sopraffare.
Un approccio coerente per tutti
Il primo principio guida deve essere l’uniformità dell’approccio. Un docente non può permettersi di essere empatico con alcuni e severo con altri, né indulgente in alcune lezioni e inflessibile in altre.
La coerenza è ciò che consolida la sua autorevolezza e offre agli allievi un ambiente prevedibile e quindi formativo.
Questo non significa rinunciare all’ascolto delle singole sensibilità, ma applicare a tutti lo stesso metodo: analitico, progressivo, costruttivo.
Le modalità possono modulare il tono, ma non la struttura dell’intervento. Anche quando la correzione urta l’ego, è dovere del docente impartirla con metodo, evitando improvvisazioni, giudizi generici o formulazioni svalutanti.
La progressività come strategia
Nelle prime fasi di esercitazione, il docente deve dosare gli interventi correttivi in modo progressivo. Correggere tutto e subito non è né realistico né utile. Un allievo all’inizio del percorso è spesso già sottoposto a un’autocritica silenziosa ma costante e ricevere una lunga lista di errori può facilmente condurlo alla demotivazione.
Per questo motivo, è fondamentale procedere per priorità: si inizia dai tratti tecnici più rilevanti e visibili, quelli che alterano in modo netto la riuscita dell’esercizio. Ad esempio, in una lezione dedicata all’apprendimento dei chiaroscuri, non avrebbe senso concentrare la correzione su tutti i dettagli tecnici. Il docente dovrà piuttosto intervenire per gradi, iniziando da quegli elementi che compromettono l’equilibrio generale del trucco come, ad esempio, la struttura dei chiari/scurali del viso e la coerenza delle intensificazioni lungo la rima ciliare.
Una volta interiorizzata la prima correzione, l’allievo potrà concentrarsi su di essa durante l’esercitazione successiva. Il docente, nel frattempo, potrà accompagnarlo con nuovi livelli di osservazione, spostando gradualmente il focus su ulteriori aspetti tecnici da perfezionare.
Il docente come architetto della crescita
In questo percorso a tappe, la correzione diventa un progetto.
Il docente non si limita a “dire cosa non va”, ma costruisce un percorso di consapevolezza tecnica, in cui ogni fase è pensata per consolidare le competenze e accrescere l’autonomia.
Una correzione ben data è un seme: attecchisce, cresce e si moltiplica nel tempo.
Una correzione mal gestita, invece, rischia di diventare un blocco emotivo o un freno alla motivazione.
Per questo il docente deve sapersi porre come un riferimento costante: presente, lucido, coerente. Capace di vedere l’errore, ma anche il potenziale.
Capace di dire “non va bene”, ma anche di ricordare che, con l’esercizio costante, i risultati arrivano. Perché il make-up è, prima di tutto, un’artigianalità: richiede pratica, pazienza e ripetizione.
Non si diventa abili evitando gli errori, ma attraversandoli.
È proprio grazie all’esercitazione, al confronto con i propri limiti, che si costruisce la competenza.
Ogni correzione serve a questo: non a bloccare, ma ad accompagnare l’allievo in un percorso che, per sua natura, è graduale e si fonda sul fare.


