QUANDO LA FORMAZIONE MAKE-UP SI PROMUOVE SCREDITANDO GLI ALTRI. Se vuoi criticare, spiega il perché.
- carlabelloni

- 17 ore fa
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Con l'avvicinarsi del nuovo anno accademico è normale assistere sui social alla promozione di nuovi corsi formativi, da parte di accademie e professionisti del make-up.
Raccontare il proprio percorso, i propri contenuti, il proprio metodo e ciò che lo rende particolare fa parte della comunicazione professionale.
Quello che trovo meno interessante è quando, per valorizzare la propria proposta, si sceglie di screditare quella degli altri.
Non perché il confronto sia sbagliato.
Al contrario.
Credo che il confronto, quando è fondato sulla conoscenza, sia uno degli strumenti più utili per crescere.
Il problema è quando la critica si trasforma in affermazione e viene presentata come verità senza spiegare da dove provenga.
Se si dice che qualcosa è sbagliato, bisogna spiegare anche il perché in maniera esaustiva.
Non attraverso una battuta, una convinzione personale o il semplice "io faccio diversamente".
Attraverso un'argomentazione breve, chiara e verificabile.
Proprio qui che, secondo me, si misura la differenza tra una critica costruttiva e una semplice delegittimazione.
Lo dico anche rispetto al mio stesso lavoro.
Nel mio blog utilizzo spesso un tono critico, non perché ritenga che criticare sia un modo per avere ragione, né perché voglia sostituire la mia opinione a quella degli altri.
La critica, per me, è uno strumento di analisi.
Quando metto in discussione una parola, cerco di comprenderne il significato lessicale.
Quando metto in discussione un contenuto tecnico, cerco di verificarne la correttezza.
Quando metto in discussione un'affermazione professionale, cerco di capire su quale conoscenza si fondi.
Quando affronto un tema formativo, considero anche la sua coerenza pedagogica.
Non mi interessa dimostrare la mia verità.
Nel mio modo di criticare non cerco di affermare un valore personale, né di sostituire la mia opinione a quella di chi sto analizzando.
Cerco un valore conoscitivo.
Mi interessa capire se ciò che viene affermato è corretto rispetto al significato delle parole, ai principi tecnici, alle conoscenze scientifiche, alla pedagogia o al contesto nel quale quel contenuto viene utilizzato.
Non parto da ciò che penso io per stabilire se qualcosa è giusto o sbagliato; parto da ciò che quella cosa realmente significa, dai principi che la sostengono e dalle conoscenze che possono verificarla.
Proprio questa distinzione che manca quando assisto a certe critiche sui social.
Si afferma che una formazione è insufficiente perché non contiene qualcosa.
Si sostiene che un metodo sia sbagliato perché diverso.
Si presenta una determinata scelta tecnica come universalmente corretta, quando il più delle volte non lo é.
Poi, quando arriva il momento di spiegare perché, spesso l'argomentazione si ferma alla propria esperienza.
L'esperienza è importante, ma non è automaticamente una prova.
Avere sempre fatto una cosa in un certo modo non dimostra che quello sia l'unico modo corretto.
Aver ottenuto un determinato risultato non dimostra che il principio sia universalmente applicabile.
Avere una propria metodologia non significa che tutte le metodologie differenti siano sbagliate.
Qui entra in gioco anche la formazione.
Un percorso didattico non può essere giudicato attraverso un singolo elemento isolato.
La presenza di una lezione, di una dimostrazione o di un'esercitazione non determina da sola la qualità di un percorso.
Quello che conta è come conoscenze, abilità, esperienza, feedback, verifica e progressiva autonomia vengono organizzati all'interno dell'intero processo formativo.
È la visione d'insieme a dare significato al singolo contenuto.
Una singola esperienza formativa non rende automaticamente un'allieva sicura e competente.
La competenza si costruisce progressivamente, attraverso l'integrazione di conoscenze e abilità, la possibilità di applicarle in situazioni differenti, il confronto con l'errore, il feedback e la capacità crescente di prendere decisioni autonome.
Questo non significa che esista un unico modello didattico valido.
Significa che, se vogliamo giudicare un modello, dovremmo conoscerne la struttura prima di dichiararlo insufficiente.
Ritorno alla domanda iniziale.
Se vuoi criticare, spiegami perché.
Qual è il principio?
Qual è il riferimento?
Qual è il ragionamento?
Quale conseguenza produce ciò che stai criticando?
Perché una critica sostenuta dalla conoscenza è interessante.
Può far riflettere.
Può aprire un confronto.
Può persino permetterci di cambiare idea.
Una critica che invece si limita a dire "è sbagliato perché io so che è sbagliato" non amplia la conoscenza di chi ascolta.
La sostituisce con una nuova convinzione.
Questo, soprattutto quando si parla di formazione, mi sembra un'occasione persa.
Perché chi forma non trasmette soltanto tecniche e contenuti.
Trasmette anche un metodo di pensiero, insegna implicitamente come osservare, come giudicare, come distinguere un dato da un'opinione, una scelta da una regola, un'esperienza personale da una conoscenza condivisibile.
Forse proprio questo che dovremmo pretendere dalla formazione: non soltanto persone capaci di dire cosa è giusto, ma persone capaci di spiegare perché lo è.
Perché la conoscenza, quella vera, non ha bisogno di essere proclamata.
Ha bisogno di essere argomentata.
C'è un'ultima cosa che penso valga la pena ricordare.
Quando si giudica qualcosa senza conoscerla nella sua interezza, quando si prende un frammento per rappresentare un intero percorso, quando non si lascia spazio al contraddittorio e si rimane sulla superficie delle cose, pensando che basti una propria convinzione per stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, alla fine si rischia un paradosso.
Si pensa di aver messo in difficoltà l'altro.
In realtà si sta mostrando il limite del proprio ragionamento, perché senza contraddittorio non c'è confronto, senza approfondimento non c'è analisi e senza argomentazione non c'è conoscenza.
Alla fine succede che più che screditare l'altro, si finisce per qualificare se stessi.
Pensiero personale
Quanto segue non vuole essere una conclusione tecnica, né una verità da applicare alla formazione in generale é semplicemente il mio pensiero, maturato attraverso la mia esperienza professionale e ciò che ho osservato nel tempo.
Se fino a qui ho parlato di conoscenza, metodo e argomentazione, credo sia altrettanto corretto distinguere ciò che può essere ricondotto a riferimenti oggettivi da ciò che appartiene alla mia esperienza.
Nella mia esperienza ho visto personalmente accadere questo: quando si è profondamente concentrati nel portare avanti una visione il più possibile coerente e professionale, diminuiscono naturalmente il tempo e soprattutto l'interesse per guardare continuamente ciò che fanno gli altri.
"Noi" eravamo troppo concentrati sul nostro lavoro e su come migliorare il percorso che stavamo costruendo.
Si basava sullo studio, sull'approfondimento, sulla coerenza tra ciò che pensavamo, ciò che insegnavamo e ciò che facevamo.
Sull'autenticità e la supervisione.
Il nostro ego si nutriva di espansione.
Quel lavoro, nel tempo, ha avuto i suoi riconoscimenti.
Non ci preoccupavamo di dimostrare di essere migliori degli altri, perché sapevamo che lo studio, la coerenza e l'autenticità avrebbe fatto il resto.
Questa è la mia esperienza, ed è anche ciò che penso oggi: quando sei realmente concentrato nel fare bene il tuo lavoro, il bisogno di guardare continuamente fuori non esiste.
Perché hai già abbastanza da fare dentro il tuo.
Studiare. Costruire. Approfondire. Migliorare e restare coerente con ciò che hai scelto di essere.
Poi basta lasciare che, il tempo, il lavoro e la coerenza parlino di "TE".


